Titolo Consiglio: Dov’e finito il risparmio?

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Secondo l’Istat, la povertà grava già su un quarto delle famiglie italiane, ma potrebbe diventare più pesante se l'economia non riuscirà a crescere a ritmi sostenuti. Sempre l’Istituto nazionale di statistica, dichiara che oggi la propensione al risparmio si è attestata al 9,1 %, il valore più basso dal 1990, con una perdita di 1,4 punti percentuali rispetto all’anno scorso. Mentre secondo Confcommercio il risparmio reale di ciascuno di noi è sceso di quasi il 60% rispetto ai primi anni novanta: da 4000 euro l’anno a persona fino a 1700 euro.

Gli italiani e gli europei

Ciò che risulta strano è il comportamento degli italiani durate la crisi: a differenza delle altre nazioni come ad esempio Germania, Gran Bretagna e Francia che cercavano di ridurre i consumi e aumentare i risparmi, l’Italia ha azzerato i risparmi e mantenuto i livelli sempre bassi dei consumi. La ragione sta nel fatto che le famiglie italiane, a differenza di quelle inglesi, tedesche o francesi hanno subito un forte calo del reddito disponibile risulta quindi molto difficile poter risparmiare qualcosa in una situazione di disagio come questa.

La povertà

Una quota crescente di famiglie “non è più in grado di mettere i soldi da parte ed è quindi costretta ad intaccare le risorse accumulate”. Questo perché i redditi medi da lavoro sono molto più bassi rispetto a 10 o 20 anni fa.

Cosa significa essere poveri secondo la statistica? “Significa dover spendere il 65-70% del reddito totale a disposizione per i prodotti di prima necessità, indispensabili per vivere, dalla casa all’alimentazione ai trasporti necessari per andare al lavoro”. Insomma chi è povero non ha scelta: spende e consuma solo per sopravvivere.

I giovani e le nuove generazioni

Sono i giovani e quindi le nuove generazioni a soffrire maggiormente di questa situazione di povertà. Le nuove generazioni si trovano spiazzati: hanno studiato, si sono laureati ma non trovano lavoro e se lo trovano hanno contratti da precari. I loro stipendi non consentono di lasciare il nido familiare e poter diventare indipendenti.

Un tempo però non era così: se ci guardiamo indietro di qualche anno, i padri di famiglia lavoravano e riuscivano a risparmiare e sapevano che quei soldi sarebbero serviti per compare un’auto, una casa o per far studiare i figli all’università. Ma oggi, i figli, nei quali erano stare riposte molte speranze e che hanno dedicato molto anni agli studi nella speranza di un posto di lavoro gratificante, non trovano che lavori precari e sono più poveri dei padri.

In Italia inoltre la situazione tende a migliorare meno che altrove a causa dei minori sostegni pubblici. L’insieme di strumenti d’aiuto al reddito - dagli assegni familiari all’indennità di disoccupazione, all’integrazione per la maternità o agli aiuti per l’acquisto della casa - in Paesi come Francia e Germania, secondo Luigi Campiglio, economista e docente alla Cattolica di Milano, abbattono la quota di poveri di 10-12 punti percentuali. In Italia al massimo di 5 punti. La social card? “È in attesa di ricarica per poter essere efficace”, risponde l’economista milanese. Secondo il quale sul fronte della miseria è sensibile il divario tra Nord e Sud ma anche quello esistente nelle singole regioni. Non solo, per fare un esempio, in Sicilia o in Calabria il disagio economico è più diffuso che in Lombardia. “Ma è anche più ampia la diseguaglianza nella distribuzione dei redditi, il solco tra poveri e ricchi”.
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